A cura di Ilenia Sgro'
Ci sono mansioni che occupano una parte importante della nostra vita, ma che nel curriculum non compaiono. Non hanno un titolo, non hanno una job description e difficilmente ne parliamo durante un colloquio di lavoro.
Sono i ruoli di cura.
Prendersi cura di un figlio, di un genitore anziano o di una persona fragile richiede tempo, attenzione e responsabilità. Significa organizzare visite e appuntamenti, gestire documenti e spostamenti, ricordarsi mille cose e, soprattutto, essere pronti a cambiare programma quando qualcosa non va come previsto. Perché nella cura gli imprevisti fanno parte della quotidianità. Una visita viene spostata, arriva una telefonata inattesa, un familiare ha improvvisamente bisogno di noi e spesso non possiamo rimandare. Bisogna capire cosa è più urgente, prendere una decisione, trovare una soluzione e andare avanti.
Quando la cura diventa lavoro
Quando parliamo di caregiving, parliamo soprattutto di conciliazione. Ci chiediamo come sia possibile continuare a lavorare senza rinunciare a prenderci cura delle persone che hanno bisogno di noi. Come gestire gli orari, le assenze, le emergenze. Come evitare che una responsabilità familiare finisca per rallentare o interrompere un percorso professionale.
Ed è giusto farsi queste domande, perché la cura richiede tempo e quel tempo ha conseguenze molto concrete sulla vita e sul lavoro delle persone.
Ma c’è un’altra domanda che non ci facciamo: che cosa impariamo mentre ci prendiamo cura di qualcuno?
Perché mentre ci occupiamo degli altri non stiamo semplicemente dedicando del tempo, stiamo anche affrontando situazioni che ci chiedono continuamente di capire, scegliere, organizzarci e adattarci.
Impariamo a distinguere ciò che è urgente da ciò che può aspettare. A gestire più cose contemporaneamente senza perdere di vista quelle importanti, impariamo ad ascoltare. E impariamo anche a prendere decisioni quando non abbiamo tutte le informazioni che vorremmo.
Sono tutte capacità che nel mondo del lavoro consideriamo preziose.
Le chiamiamo problem solving, flessibilità, capacità organizzativa, comunicazione, gestione delle priorità, capacità decisionale.
Le cerchiamo nelle persone, le inseriamo negli annunci di lavoro, le valutiamo durante i colloqui. Eppure quando vengono sviluppate fuori dal lavoro, facciamo più fatica a vederle.
Forse perché siamo ancora abituati a pensare che una competenza sia davvero tale solo quando nasce in un contesto professionale. Se abbiamo coordinato un progetto in azienda, quella capacità trova facilmente posto nel curriculum. Se abbiamo coordinato per mesi visite, terapie, familiari, professionisti e imprevisti per assistere una persona, difficilmente sappiamo come raccontarlo.
Quello che resta fuori dal CV
Pensiamo a una persona che lascia il lavoro per assistere un genitore. Nel curriculum vedremo probabilmente un vuoto. Una data si interrompe e quella successiva arriva dopo molto tempo. Ma quel periodo è stato davvero vuoto?
Ci sono state decisioni, responsabilità, problemi da risolvere, appuntamenti da organizzare, informazioni da comprendere, persone con cui confrontarsi e situazioni difficili da affrontare.
Forse quella persona ha dovuto imparare a gestire l’incertezza, perché non tutto poteva essere programmato. Ha dovuto cambiare priorità molte volte. Ha imparato a chiedere aiuto, a cercare informazioni, a confrontarsi con professionisti e a prendere decisioni anche in momenti emotivamente complessi.
Tutto questo non compare nel CV, ma lascia tantissimo.
Lascia esperienza, consapevolezza e spesso anche un modo diverso di stare nelle situazioni difficili. Nel lavoro parliamo di competenze trasversali, di capacità di adattamento, di intelligenza emotiva, di gestione della complessità. Poi, però, continuiamo a cercare le prove di queste capacità quasi esclusivamente nelle esperienze professionali.
Potremmo iniziare a chiederci non soltanto dove una persona ha imparato qualcosa, ma che cosa ha imparato davvero.
Questo non significa trasformare ogni esperienza personale in una competenza professionale.
Prendersi cura di qualcuno ha valore indipendentemente dal lavoro.
La cura non ha bisogno di diventare produttiva, misurabile o utile a un’azienda per essere considerata importante.
Siamo abituati a leggere un curriculum come una linea: un ruolo dopo l’altro, un’azienda dopo l’altra, una crescita possibilmente continua.
Ma ci sono interruzioni, deviazioni, ripartenze. Ci sono momenti in cui il lavoro occupa quasi tutto e altri in cui deve lasciare spazio a qualcosa di più urgente. Questo non rende necessariamente un percorso meno ricco. Lo rende semplicemente più reale.
Durante un colloquio, oltre a chiedere a una persona quali ruoli ha ricoperto, quali progetti ha seguito e quali risultati ha raggiunto, potremmo farle una domanda diversa: che cosa hai imparato lungo la strada?”
È una domanda semplice, ma potrebbe aprire racconti che un curriculum non riesce a contenere.
Potremmo scoprire che dietro una pausa professionale c’è stato uno dei periodi di maggiore responsabilità nella vita di una persona. Che dietro uno spazio apparentemente vuoto c’è una storia piena. Che alcune delle competenze che oggi cerchiamo nel lavoro sono state costruite molto lontano da un ambiente lavorativo. E soprattutto che una persona non è soltanto l’insieme dei lavori che ha fatto. Il curriculum racconta solo una parte del nostro percorso. Una parte importante, certo, ma non racconta tutto quello che abbiamo imparato e portato con noi.
Potremmo diventare un po’ più bravi a guardare anche quello che rimane fuori a un curriculum. Perché a volte il ruolo che ci ha chiesto di più, che ci ha cambiato di più e che ci ha insegnato di più è proprio quello che non ha mai avuto una job description.