illustration illustration

Ha ancora senso cercare sé stessi nel lavoro?

27 mar 2026 | 6 minuti di lettura
thereisanalternative tia article #33

Per molto tempo il lavoro è stato un mezzo.
Serviva a vivere, a mantenersi, a costruire una stabilità economica. L’identità stava altrove: nelle relazioni, nella comunità, nella vita fuori dall’ufficio.

Oggi non è più così.

Il lavoro è diventato uno dei principali luoghi in cui cerchiamo riconoscimento, senso, realizzazione personale. Non è solo ciò che facciamo: è, sempre più spesso, ciò che siamo.

Basta una domanda per capirlo: “Che lavoro fai?”
È una domanda pratica, ma suona sempre più come una domanda esistenziale.

Quando il lavoro diventa identità

Il sociologo Zygmunt Bauman parlava di “modernità liquida”: un contesto in cui le strutture tradizionali si indeboliscono e le persone sono chiamate a costruire da sole la propria identità.

In questo scenario, il lavoro ha assunto un ruolo centrale.
Non solo perché occupa gran parte del nostro tempo, ma perché è diventato uno dei pochi spazi in cui possiamo “definirci” in modo riconosciuto socialmente.

Parallelamente, il filosofo Byung-Chul Han ha descritto la nostra come una “società della prestazione”, in cui non siamo più oppressi da vincoli esterni, ma da aspettative interiorizzate. Non ci viene imposto di lavorare di più: siamo noi a voler performare, migliorare, dimostrare continuamente qualcosa.

Il risultato è un cortocircuito:
se il lavoro diventa identità, ogni fallimento professionale smette di essere solo un problema lavorativo. Diventa personale.

Il lato invisibile: quando il lavoro smette di essere sostenibile

Negli ultimi anni, il tema della salute mentale ha iniziato a emergere con più forza anche nel contesto lavorativo. Non è un caso.

Secondo Gallup, solo il 23% dei lavoratori nel mondo si sente realmente coinvolto nel proprio lavoro. In Europa e in Italia, il dato è ancora più basso.
Allo stesso tempo, le ricerche dell’European Agency for Safety and Health at Work evidenziano come i rischi psicosociali, cioè stress, burnout e sovraccarico emotivo, siano tra le principali criticità nei luoghi di lavoro contemporanei.

C’è però una contraddizione evidente: mai come oggi cerchiamo realizzazione nel lavoro, e mai come oggi il lavoro sembra metterci sotto pressione.

Quando chiediamo al lavoro di darci senso, identità, riconoscimento e stabilità, stiamo alzando il livello di aspettative in modo enorme, e non sempre i contesti in cui lavoriamo sono in grado di sostenerle.

Il rischio di delegare troppo

C’è un punto delicato, che raramente viene esplicitato: quanto è sano affidare al lavoro una parte così grande della nostra identità?

Lo psicologo Barry Schwartz, nel suo lavoro sul significato delle scelte e della motivazione, sottolinea come la ricerca di senso possa diventare problematica quando si concentra su un unico ambito della vita. Più carichiamo un’esperienza di aspettative, più aumenta il rischio di frustrazione.

Se il lavoro è l’unico luogo in cui cerchiamo riconoscimento, allora:

  • una promozione mancata pesa di più
  • un ambiente tossico diventa insostenibile
  • una fase di incertezza si trasforma in crisi identitaria

Il lavoro smette di essere una parte della vita e diventa il suo perno centrale.
E quando quel perno vacilla, tutto il resto segue.

Le nuove generazioni lo stanno già mettendo in discussione

È anche per questo che le nuove generazioni stanno cambiando il modo in cui si relazionano al lavoro.

Non perché abbiano meno ambizione, ma perché hanno visto da vicino i limiti del modello precedente: burnout diffuso, precarietà, difficoltà a conciliare lavoro e vita personale.

Secondo il Global Gen Z & Millennial Survey di Deloitte, oltre il 75% dei giovani considera il benessere e l’equilibrio vita-lavoro una priorità, spesso più dello stipendio.

Non è un rifiuto del lavoro.
È un tentativo di ridimensionarne il ruolo, di riportarlo a essere una componente della vita, non il suo unico asse portante.

Ripensare il ruolo del lavoro

Forse la domanda giusta non è più “come trovare sé stessi nel lavoro”, ma:
che spazio vogliamo dare al lavoro nella nostra identità?

Questo non significa rinunciare all’ambizione o al desiderio di realizzazione.
Significa distribuire il peso: non chiedere al lavoro di fare tutto.

Le aziende, da parte loro, si trovano davanti a una sfida culturale profonda. Non basta più offrire opportunità di crescita o benefit competitivi. Serve costruire contesti in cui:

  • il lavoro abbia senso, ma non sia totalizzante
  • le persone possano esprimersi, senza dover performare continuamente
  • il benessere non sia una responsabilità individuale, ma una condizione organizzativa

Perché se il lavoro è diventato un luogo identitario, allora le organizzazioni non sono più solo strutture produttive. Sono spazi che influenzano profondamente la vita delle persone.

👉 Abbiamo approfondito questo tema con Biancamaria Cavallini, psicologa del lavoro e Scientific Director di Mindwork, per esplorare come sta evolvendo il rapporto tra identità, benessere e lavoro, e cosa serve oggi per costruire contesti professionali più sani e sostenibili.

Guarda l’intervista completa qui sotto.