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Il rischio non è l'AI. È restare senza maestri

28 lug 2026 | 4 minuti di lettura
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A cura di Ilenia Sgrò

C'è una domanda che nel dibattito sull'intelligenza artificiale si sente fare molto raramente.

Non è quali lavori spariranno, quali competenze serviranno o quanto diventeremo più produttivi. È una domanda molto più semplice: chi ci insegnerà a lavorare?

Imparare un mestiere non è mai stato solo imparare a fare delle cose. È imparare come si pensa.

Quando entriamo a far parte di un'organizzazione crediamo che il lavoro coincida con le attività: preparare una presentazione, analizzare un bilancio, fare una trattativa, gestire un cliente. In realtà quello è solo il risultato finale. Il lavoro si impara nei passaggi invisibili, nelle domande che nessuna procedura racconta e nei ragionamenti che precedono ogni decisione. Ciò che distingue un professionista esperto da uno alle prime armi non è quasi mai la capacità di eseguire un compito, ma il modo in cui interpreta il contesto, valuta le alternative e capisce cosa conta davvero.

Per decenni abbiamo imparato per imitazione. C'era sempre qualcuno seduto accanto a noi: un capo, un collega, una persona più esperta. Non ci trasferiva soltanto competenze, ma un modo di ragionare, spesso senza rendersene conto. Le pause, i dubbi, le domande, gli errori, le sfumature. Gran parte dell'apprendimento avveniva proprio lì, osservando una riunione, ascoltando una telefonata, commentando una decisione davanti a un caffè o fermandosi cinque minuti dopo una presentazione per chiedere: "Perché hai fatto così?". Erano momenti informali, difficili da misurare, ma fondamentali per costruire il giudizio professionale.

Oggi il rischio è diverso. Non perché arriva l'intelligenza artificiale, ma perché stanno scomparendo i luoghi in cui questo apprendimento avveniva. Lavoriamo molto da remoto. Abbiamo meno occasioni di osservare gli altri. Le attività più semplici vengono delegate agli strumenti digitali. E, quando abbiamo un dubbio, chiediamo sempre meno alle persone e sempre più a una chat. È efficiente, ma l'efficienza non coincide con la crescita. 

L'AI risponde. Un maestro, invece, interrompe. Ti chiede perché hai scelto proprio quella strada, se sei sicuro che il problema sia davvero quello, ti invita a rifare un lavoro o a ricominciare da capo. È una differenza enorme. L'intelligenza artificiale tende a ridurre l'attrito, un buon mentor, invece, a volte lo crea, perché sa che è proprio lì che nasce l'apprendimento. Non offre sempre la soluzione più rapida, ti chiede di fermarti, a giustificare una scelta, a vedere ciò che ti era sfuggito. Ed è proprio quel rallentamento a trasformare un'esperienza in una competenza.

C'è un'immagine che può rendere bene l'idea. Quando impariamo ad andare in bicicletta nessuno ci spiega davvero come si tiene l'equilibrio. Possiamo leggere libri, guardare video, studiare la fisica, ma serve qualcuno che ci corra accanto, che ci lasci andare al momento giusto e che ci dica di riprovare dopo essere caduti. L'equilibrio non si trasferisce: si costruisce. E il lavoro funziona allo stesso modo. Ci sono competenze che possono essere spiegate, ma altre possono essere solo accompagnate.

Per questo, nei prossimi anni, il vero vantaggio competitivo delle aziende non sarà avere gli strumenti di AI migliori. Quelli, prima o poi, li avranno tutti. La differenza la farà chi continuerà a investire tempo nelle persone. Chi avrà ancora professionisti che spiegano invece di limitarsi a correggere, manager che fanno coaching invece di distribuire task e colleghi che trasformano un errore in una conversazione. Perché il sapere non passa automaticamente: qualcuno deve scegliere di trasmetterlo. E farlo richiede tempo, pazienza e la convinzione che formare qualcuno oggi significhi costruire il valore dell'organizzazione di domani.

Il problema non è che l'AI ci sostituirà. È che, mentre impariamo a lavorare sempre più velocemente, rischiamo di non imparare più. E quando una generazione smette di avere maestri, non perde soltanto competenze. Perde memoria. Perde cultura. Perde quel patrimonio invisibile che permette a un'organizzazione di crescere, innovare e affrontare problemi nuovi.

L'intelligenza artificiale può insegnarci a fare. Ma le persone possono insegnarci come diventare professionisti.