A cura di Ilenia Sgrò.
C'è un lavoro più invisibile. Non compare in nessun contratto, non è retribuito e non viene riconosciuto ufficialmente. Eppure richiede tempo, energia, preparazione e una buona dose di coraggio.
È il lavoro del candidato.
Dietro un curriculum inviato non c'è un file allegato. C'è una persona che ha dedicato tempo a ripercorrere e aggiornare la propria storia professionale, a chiedersi se quella ‘’posizione’’ sia davvero in linea con le proprie competenze e aspirazioni. C'è chi ha studiato l'azienda, preparato un colloquio, immaginato un cambiamento di vita, una crescita, una nuova possibilità.
Candidarsi è un atto di fiducia.
Eppure, nel momento in cui una persona entra in un processo di recruiting, quella fiducia rischia di trasformarsi in una pratica da gestire.
È il momento di porci una domanda diversa.
Chi si prende cura dei candidati?
Prendersi cura dei candidati non significa garantire un'assunzione. Significa riconoscere il valore del tempo, dell'energia e dell'impegno che ogni persona investe quando sceglie di candidarsi.
Negli ultimi anni abbiamo imparato a raccontare aziende inclusive, innovative, attente alle persone. Abbiamo costruito pagine "Lavora con noi" curate, prodotto video emozionali, condiviso testimonianze. Ma la reputazione di un'organizzazione non nasce solo da ciò che racconta. Nasce soprattutto da ciò che le persone vivono.
E chi non viene assunto è un testimone autentico della cultura aziendale. Perché continuerà a raccontare la propria esperienza. Non parlerà della campagna pubblicata su LinkedIn o del video istituzionale. Racconterà se ha ricevuto una risposta. Se il suo tempo è stato rispettato. Se la comunicazione è stata trasparente. Se si è sentito ascoltato o ignorato.
Ogni candidato contribuisce, nel bene o nel male, alla reputazione dell'organizzazione.
Per questo il recruiting dovrebbe essere considerato una relazione, non soltanto un processo. E una relazione è fatta di reciprocità.
Ai candidati chiediamo puntualità, preparazione, autenticità, disponibilità. Chiediamo di raccontarsi, di investire tempo, di affrontare prove, colloqui, assessment. Ci aspettiamo serietà e rispetto.
E la stessa serietà e puntualità dovrebbe caratterizzare anche l'esperienza che l'organizzazione offre.
Prendersi cura dei candidati non significa rendere il recruiting più indulgente. Significa renderlo più coerente con i valori che le organizzazioni dichiarano di avere. E la cura si manifesta in una comunicazione chiara, tempi realistici, un feedback quando possibile, il rispetto degli impegni presi. Non sono dettagli. Sono il primo modo con cui un'organizzazione dimostra cosa intende davvero per rispetto, responsabilità e attenzione verso le persone.
Ogni processo di recruiting è molto più di una ricerca di competenze. È il primo incontro tra due realtà che cercano di capire se possono costruire qualcosa insieme.
Anche quando quell'incontro non porta a un'assunzione, lascia un ricordo. E quel ricordo contribuisce a costruire la reputazione dell'organizzazione molto più di qualsiasi slogan o campagna di employer branding.
Proviamo allora a rispondere alla domanda iniziale.
‘’Chi si prende cura dei candidati?’’
Le organizzazioni che hanno compreso che il recruiting non è un filtro, ma uno spazio di relazione. Perché ogni candidatura rappresenta un'opportunità per entrambe le parti. E ogni persona dovrebbe poter dire, anche se non è stata scelta: ‘’Non ho trovato il lavoro che cercavo, ma ho incontrato un'organizzazione che ha saputo vedere la mia umanità e il mio valore.’’